ANALIZZANDO LA BATTAGLIA DI CAPORETTO ALLA SCUOLA DI APPLICAZIONE

LO STORICO ALESSANDRO BARBERO DELINEA LA LEADERSHIP IN TUTTE
LE SUE SFACCETTATURE ATTRAVERSO L’ANALISI DELLA BATTAGLIA DI CAPORETTO

 

 

Argomento trattato all’interno
dell’Istituto per la Formazione e Scuola di Applicazione dell’Esercito,  contribuendo alla formazione dei futuri
dirigenti militari.                                                                                                                                                             
La conferenza inizia con il ringraziamento del Comandante, Generale
Paolo Ruggiero, rivolto al Prof. Barbero, elogiandolo per la sua capacità di
comunicare elementi positivi  inerenti ai
militari italiani cimentati durante la prima guerra mondiale. I primi aspetti
negativi che si esaminano sono dovuti, e ciò accade ancora oggi,  a persone e difetti nel nostro paese in cui
bisogna imparare ancora a scrutare se stessi.                                                               
Per due anni l’Italia ha quasi sempre attaccato ( sull’Isonzo 11 battaglie)
e il popolo Austro-Ungarico,  un
popolo  a nostro livello,  ha subito perdite,  con attacchi repentini, con un logorio tale
che, il Comando Austriaco  ha temuto di
perdere la guerra, e quindi sapeva  che
doveva contrattaccare;  ecco che l’Italia
si difende con  artiglierie pesanti per
consolidare gli attacchi.                                                  
                               Morti 
e feriti
dalla parte opposta,
compresi i tedeschi
, cosi’ dice lo strorico, erano comunque meno, rispetto alle perdite sull’Isonzo.                                              

Per comprendere meglio la
leadership, bisogna tener conto di un fattore psicologico in cui si era
propensi  a capire che le varie perdite
subite, fossero una variante costante e abituale.                                                                  
E dopo la costruzione storica del Prof. Barbero, chi mai avrebbe pensato
che nei momenti di combattimento, si tenevano conto dei colpi sparati che
fossero realmente adeguati ai risultati?        
                                     Alessandro
Barbero prosegue esponendo dettagli sulla figura del Gen. Cadorna, e sulla
diffusione di bollettini in cui si colpevolizza la mancata resistenza della 2°
Armata, costretti  dunque ad arrendersi
al nemico. La diffusione di tale bollettino da’ la netta impressione di una
disfatta, e su questo punto designato  negativo, sorgono discordanze da parte del
Governo.

 All’epoca della fase  Caporetto, Cadorna aveva 67 anni, di famiglia
militare e rigidamente cattolica, ma con una sentita necessita’ speciale di
uniformare il corpo militare.

Il cattolicesimo, per Cadorna,
rappresentava  interiormente un elemento
contradditorio per quel periodo, poiché il mondo cattolico non si riconosceva
con la monarchia, ma l’illustre Generale, era in grado ugualmente di
oltrepassare le spaccature.

Egli, animatore capace di gestire
la guerra da solo, anche se la vivacità in generale, non sempre veniva  vista  come una benedizione.

La qualità più imponente che deve
possedere un leader è la FERMEZZA DI CARATTERE, così come era definito Cadorna,
Un Monumento Granitico, inerente alla sua indole morale, oltre ad essere
considerato un grande che comprendeva al volo le strategie militari, ma
definito anche restio ad ascoltare i giudizi degli Ufficiali.

Nomina il Gen. Capello (Massone) e
convinto della scelta perché lo reputa conforme alle sue idee.

Una componente vantaggiosa, durante
la 1° guerra mondiale, rispetto agli altri eserciti, era costituita da un
concetto fondamentale: la disciplina, quella disciplina vista dall’esercito
come rigida e  meccanica, pregna di
indifferenza a discapito del  concetto  umano. Bisogna dire che non esisteva all’interno
dello stato un Ufficio di Relazioni/Movimenti/Riferimenti. Solo nel 1917, sorge
un Ufficio di Operazioni di Guerra e Affari Generali, al posto di quella che
veniva denominata Segreteria, tutto ciò perché Cadorna voleva svolgere tutto da
solo, e  gli altri erano semplici
impiegati che ruotavano intorno a lui.

Ci tiene però  Barbero 
a sottolineare ciò, poiche’ questo sottintende un certo peso nella
conduzione della guerra. Nell’offensiva Austro-Ungarica non deve sottovalutarsi
il fatto che i tedeschi si attenevano a molte precauzioni, come indossare uniformi
diverse per non farsi riconoscere, oppure con i mezzi di trasporto  si fermavano in lontananza, raggiungendo il
posto destinato a piedi, ciò denotava una certa inclinazione alla resistenza,
si scopriva cosi’ un ottimismo generalizzato, che potrebbe essere la
dimostrazione di sicurezza,  e quindi la
dimostrazione di una leadership.

Non mancano i commenti sulla figura
di Badoglio e riguardo le azioni di 
scarsa moralità sull’immagine del Colonnello Boccacci, e attraverso
l’analisi  di tali risvolti spiacevoli,
ne deriva un problema, e cioè l’incapacità della classe dirigente di porsi il
quesito sulla morale delle truppe che, ai fini di una propaganda, sarà
veramente significativa. Non può essere neppure affondata la questione che le
Brigate Italiane continuavano a subire spaventose perdite, e senza sosta  si rimettevano di nuovo  in attivo.

Questo punto è fondamentale per
capire che il crollo delle riserve, dava ad intendere a Cadorna che i soldati
non combattessero.

Si riscontra una discordanza  nelle interrelazioni tra Ufficiali e Sottufficiali
sia Austriaci che Italiani, non era cosi’ invece nelle gerarchie militari
Tedesche,  in quanto le correlazioni
riguardavano anche il consumo dei pasti tra entrambe le categorie.

Una negligenza anche voluta la non
promozione dei Sottufficiali, la quale incrementava  la carenza degli Ufficiali Italiani. E’
valutato sicuramente come un grosso errore 
questo problema,  che poteva risolvere  situazioni dubbie, cosi’ enuncia Barbero, ma
nella contemporaneità, alcuni Generali tuttora 
non riscontrano una falla vera e propria in tale contesto, poiche’ fermi
nella convinzione sulla meritocrazia.

 In effetti, la promozione implica sempre  una qualificazione, cosa che non  sussisteva  completamente in quel periodo, poiché la
struttura dei reparti era debole, essendo i nostri  Sottoufficiali deboli.

Una differenza palese la si nota sulla
linea militare tedesca, inerente alla collaborazione reciproca tra Graduati e
non, affrontando una  gestione anche
attraverso le deleghe, ma pianificare vuol dire anche essere forniti di carte
geografiche, tutti elementi  sottostimati
da parte dell’Italia, captando cosi’ i grandi mutamenti come
un’accelerazione  di questa  disfatta.

Cosi’ cambia l’abitudine di
ignorare le perdite, s’inventano i giornali nelle trincee, il morale dei
soldati si trasforma, e  avrebbe fatto
bene Cadorna a capire che l’ostinazione nel voler fare tutto da solo, è stato
uno dei grandi errori che conducono verso le sconfitte.

La mia impressione è quella  che il Professor Barbero nel tracciare il
profilo del Generale Cadorna sia  stato
soft, seppur imprimendo  l’intransigenza
caratteriale del sopracitato ( quasi un encomio di ammirazione, attinente al
rigore militare), in realtà molti rappresentanti della gerarchia militare,
amputano ferocemente  la strategia
scorretta a Cadorna, nel senso che nella sua testardaggine  si convinceva ad impiegare l’esercito
attuando  movimenti di massa  che implicavano forti perdite, in quanto il
nemico era in trincea, pertanto andava modificato l’iter tattico, così  come aveva fatto  il Gen.Diaz.

Le accuse rivolte a lui ancora oggi,
sono quelle che Cadorna non si preoccupasse 
delle esigenze dei soldati e con una forza passiva, quasi arrendevole,
dava  per scontato molte perdite di
soldati.

Per fortuna, molte cose oggi sono
cambiate, ed è appurato il fatto che si badi maggiormente all’equipaggiamento.

Non sono uno storico militare, ma
l’idea che mi sono fatta sulla disfatta di Caporetto, dipende soprattutto dalla
poca flessibilità del Generale Cadorna nel superamento dell’imprevedibilità,
scoprendo che la sua ingegnosità non abbia 
brillato verso una linea Tattico-Strategica. Qualche dubbio mi sovviene,
anche se gli storici propendono più a rilevare la carenza per una parte,
anzichè per l’altra. Inoltre, e lo sottolinea anche il Prof. Barbero, la
mancanza di un dialogo aperto con i graduati, e la scarsità di considerazione
verso i militari, non ha certo giovato. Oltretutto si tende a nascondere il
fatto che negli scontri, necessitavano maggiormente strumenti militari atti ai
combattimenti,  esisteva sì  una moltitudine di cannoni, ma principalmente
mancava quello che si suole definire causa-effetto, e cioè poco addestramento
nel carpire quale la fase determinante nell’azione ora di difesa, ora di
offesa.

Non basta dunque aver avuto
l’artiglieria cospicua, ciò che si è 
trascurato è stato proprio l’addestramento abbinato sicuramente alle
condizioni meteo non proprio favorevoli, durante questa drammatica fase.

Analizzare gli errori, non
significa che bisogna autoflagellare la storia e i tragici avvenimenti,
piuttosto risulta  un modello di
insegnamento  per non ripercorrere gli
stessi  sbagli,  perché ciò equivarrebbe  a dire che essi non sono mai esistiti.

Maria Grazia Spadaro

Novembre 2015

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